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Vincenzina di mari
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Sembrava un cartone animato, con quel suo cappellino di lana spessa, forse cucito a mano, fucsia, i guanti rossi, sciarpa verde bottiglia, e quella giacca troppo lunga, marrone o qualcosa del genere. Era una piccola signora, piccola davvero, forse non superava il metro e mezzo e, saliva ogni giorno sull'autobus delle sette e dieci del mattino. Non riesco ancora a capire perché ma, portava sempre con se delle buste piene di nessuno sa cosa, che emanavano uno strano odore. O forse era lei che emanava un “profumo” particolare. Sapeva di cannella e di mele insieme, però il miscuglio profumato a lungo andare diventava fastidioso, e ti si infilava nel naso e ti faceva starnutire. Fatto sta che Vincenzina ogni mattina, si sedeva accanto a me, andata e ritorno, e parlava, parlava, mi raccontava la sua vita, tutta la sua vita. Ma prima di iniziare a raccontare, pretendeva da me un favore. “Signorì me lo fa un favore? Mi può leggè Gemelli? L’oroscopo di oggi. Vedi, vedi che dice, leggi, leggi.” E io leggevo Gemelli, amore, lavore, salute, fortuna. E Vincenzina mi chiedeva curiosa: “Signorì amore che dice?” E io le leggevo l’amore, l’amore per i Gemelli, quell’amore che è uguale per tutti i Gemelli, ed è diverso per ogni astrologo. Ma Vincenzina aveva pensato anche a questo. Infatti aveva sempre con sé tre o quattro oroscopi diversi. Dopo aver ascoltato da me tutte le varie versioni mi chiedeva: “Signorì e tu che segno sei?” Leone, rispondevo. E allora lei iniziava, tutti i santi giorni, con la solita tiritera: “Eh signorì Leone, è un segno forte signorì, mio marito è Leone. Ma lo sa signorì io c’ho pure una figlia. C’ha diciott’anni signorì e invece voi quanti anni ch’avete? Mia figlia però non è voluta più andà a scuola, mo lavora. E vabbò signorì basht che è contenta lei! Mo leggi, leggi Leone.”E io leggevo Leone, e a volte mi interessava pure. Poi Vincenzina iniziava il suo racconto, mentre io nascondevo il naso fra la sciarpa e ascoltavo. “Signorì lo sa, io c’ho un marito, lavora sempre. Lo vedo poco, ma lavora. Io non lavoro, aChieti ci vado al mercato. Vado al mercato da quando tenevo sei anni, a piedi ci andavo all’ora però, portavo la ‘rrobba a vendè. Mo invece ci vado a fa la spesa. Eh signorì, io a si supermercati non ci vado, non ci sono abituata, troppo casino. Io me ne vado al mercato, mi faccio ‘na camminata prendo un po’ d’aria… e dopo me ne torno a casa con la postale. Eh signorì! Prima al mercato ci venivo a piedi o mi caricavano su un camioncino, chi ce l’aveva. Chi ch’aveva il camioncino signorì, ch’aveva i soldi. Era un commerciante e ch’aveva la terra. Al mercato andavamo a Chieti, a Pescara, a Ortona e partivamo la notte. Ci stavano ancora le stelle quando partivamo e noi vedevamo pure a sorge il sole…”Continuava, continuava a parlare e io la storia me l’ero imparata a memoria. Allora la osservavo. Non sono mai riuscita a darle un’età precisa, poteva avere dai quaranta ai sessant’anni. Aveva un viso abbronzato, ma non da una lampada, un viso segnato dal sole del lavoro. I capelli biondi con qualche filo bianco. Le osservavo le mani piccole con le unghie rosse e qualche anello troppo vistoso. Forse se le tingeva per sembrare più alla moda. Però, non aveva la fede all’anulare sinistro. (Vincenzina, non eri sposata e forse non avevi neanche quella figlia di cui parlavi tanto, e che forse desideravi tanto). Vincenzina che andava al mercato e dentro quella busta chissà che ci teneva. Vincenzina che si faceva leggere l’oroscopo, perché forse non sapeva leggere. Provavo una profonda tenerezza per quella piccola donna e quando saliva sull’autobus, il posto accanto a me, era riservato a lei. Anche se tutti mi guardavano con quello sguardo che esprime distacco e disprezzo. Ma l’unico momento in cui Vincenzina poteva essere ascoltata era quello. |
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